IL SOGNO

 

 

«Ogni sogno a cui rinunci è un pezzo del tuo futuro che smette di esistere»

Steve Jobs

 

Osservando con dovuta attenzione la storia dell’industria italiana, si nota che l’imprenditorialità femminile è un fenomeno recente. Le donne, da sempre, sono state una minoranza nel tessuto imprenditoriale del nostro paese perché la società con la sua cultura patriarcale, le ha incoraggiate ad essere esclusivamente mogli e madri casalinghe. Fortunatamente, questa condizione, oggi si sta modificando, sia grazie al cambiamento culturale in atto, sia per merito dei progressi tecnologici che rendono più facile per le donne avviare una propria impresa ed anche, volendo, lavorare da casa. Nonostante le condizioni di svantaggio in cui sono state relegate negli anni passati, le donne hanno trovato il coraggio e la motivazione per avere un ruolo determinante nella società: oggi, quando decidono di intraprendere un’attività, lo fanno con grinta e con successo.

Negli ultimi decenni c’è stato un grande aumento dell’imprenditoria femminile.

Le donne hanno capito che essere un’imprenditrice può essere la soluzione più efficace per avere il controllo della propria carriera ed al tempo stesso continuare ad occuparsi della famiglia e dell’educazione dei figli, grazie alla maggiore flessibilità e autonomia che si ha a disposizione rispetto al lavoro dipendente. Sfavorite nelle attività economiche e sottovalutate dal mondo del lavoro per troppo tempo, le donne hanno sviluppato una maggiore propensione a rischiare, con una carriera da imprenditrici, per realizzare i propri obiettivi ed avere successo nel mondo del business.

Essere capaci di sognare è il primo passo del lungo e tortuoso percorso che porta una donna a fare impresa. L’imprenditorialità è una scelta rischiosa, stimolante e gratificante spesso determinata dalla necessità di mantenere un ragionevole equilibrio tra lavoro e vita privata.

Il sogno però è più forte della paura di non farcela, perché porta dentro di sé il seme dell’idea e l’istinto dell’azione. E quando ogni domanda è stata fatta e sviscerata, quando ogni strada è stata liberata dagli ostacoli, è proprio in quel momento che una donna inizia a sognare liberamente e a creare la sua vision e la sua mission.

Il percorso che noi chiamiamo Creazione d’Impresa non è una strada asfaltata ma, è un sentiero tortuoso, accidentato, in salita, dove a volte è possibile procedere in staffetta ma la maggior parte delle volte è una gara in solitaria, contro noi stesse, contro tutto quello che ci hanno fatto credere sulle nostre capacità e sulla nostra forza.

 

Secondo i dati dell’ultimo rapporto del Global Entrepreneurship Monitor oggi nel mondo ci sono 274 milioni di donne che si occupano di progetti di startup, 139 milioni di imprenditrici e 144 milioni di donne investitrici. Ognuna di queste donne sta portando contributi importanti all’economia e alla società globale. Infatti, gran parte della crescita economica, dell’innovazione e dell’occupazione trae la sua origine nella creazione di nuove imprese.

Le imprese al femminile sono più attente alla sostenibilità sociale, a quella ambientale, tutti quei temi che oggi sono importantissimi, soprattutto in funzione dell’agenda ONU 2030, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità.

E’ chiaro che esiste un’interdipendenza tra l’imprenditoria femminile e lo sviluppo economico così come è chiaro che esiste una correlazione tra l’empowerment femminile e la riduzione del gender gap.

Fare impresa per una donna non è però una cosa semplice, sono tantissimi gli ostacoli da affrontare e superare. Il primo, come già accennato all’inizio, è sicuramente la cultura, che purtroppo ancora oggi vede le donne relegate al ruolo di caregiver: secondo un’indagine condotta dalla Commissione Europea, per la formulazione della Strategia per la parità di genere, il 44% dei cittadini europei ritiene che il compito principale di una donna sia dedicarsi alla casa e alla famiglia!

Anche l’accesso al credito si rivela essere un grosso ostacolo: un recente rapporto di Unioncamere ci dice che il credito bancario rappresenta solo l’11% delle fonti di finanziamento femminile, a fronte di un elevato ricorso al capitale proprio, perché gli istituti di credito creano molte più barriere alla partenza per le imprese femminili rispetto a quelle maschili.

Non ultimo, abbiamo anche l’ostacolo delle competenze digitali: oggi le aree che presentano maggiori possibilità per fare impresa e crescere sono quelle legate alle tecnologie digitali, ovvero, tutti quei settori in cui le donne rappresentano ancora una minoranza.

È quindi arrivato il momento di cominciare ad investire seriamente sulla formazione intesa come Up-skilling e Re-skilling, per pianificare una strategia che abbia come obiettivo l’educazione ed il rafforzamento delle donne dal punto di vista finanziario, economico e digitale. Ciò vuol dire metterle nella condizione di lavorare per il proprio empowerment e sfruttare, così come indicato dalle stime dell’International Labour Organization (ILO), il loro potenziale produttivo sottoutilizzato.

 

Le donne sono un’enorme risorsa per lo sviluppo del nostro paese ed è arrivato il tempo di metterle nella condizione di potere esprimere a pieno tutto il loro talento.

 

Purtroppo, i dati che abbiamo a disposizione ci danno informazioni molto diverse da quelle che potremmo desiderare: il 50% delle neo-imprese fallisce nei primi 5 anni di vita, non perché le idee imprenditoriali non siano valide ma, perché manca la conoscenza di cosa voglia dire fare impresa.

La maggior parte delle donne che si avvicinano ad un’attività imprenditoriale non sanno cosa aspettarsi, sono completamente concentrate sulla competitività della loro idea progettuale ed ignorano e non si preoccupano minimamente di come strutturare, gestire e sostenere finanziariamente l’attività in toto.

Ecco perché nasce questa sezione del blog dedicata all’imprenditoria femminile: per prendere per mano ogni donna che ha il suo sogno nel cassetto, aiutandola ad organizzare le conoscenze necessarie, indicandole un metodo di lavoro e supportandola 360° per superare la difficoltà di passare dal dire al fare!

IL VALORE DELLA FORMAZIONE CONTINUA

La realtà intorno a noi sta cambiando ad una velocità di crociera mai vista prima. Il mondo del lavoro si trasforma sulla spinta di nuove tendenze, nuove tecnologie, nuovi modelli di business è perciò sempre più complesso immaginare che una persona possa portare avanti un’intera carriera facendo affidamento solo sulle nozioni che ha appreso nelle prime fasi della sua vita e della sua formazione. Oggi è fondamentale riconoscere la trasformazione che è avvenuta nella nostra società ed anche l’importanza di acquisire un nuovo mindset per poterla affrontare e gestire.

Accogliere un nuovo mindset significa anche comprendere il valore della formazione continua.

Una volta, prima del digitale, la nostra vita lavorativa e culturale, era suddivisa in tre fasi: l’apprendimento delle informazioni, l’applicazione sul campo ed il trasferimento della conoscenza ad altri. Oggi la situazione è totalmente diversa, non ci muoviamo più linearmente lungo queste tre fasi, ma ci viene richiesto un aggiornamento costante delle nostre competenze e l’adozione del concetto di Lifelong learning nella nostra vita: l’apprendimento continuo non è quindi solo una moda del momento ma è un qualcosa destinato a restare e modificare profondamente le nostre abitudini.

Ma perchè la formazione continua è così importante?

Perchè le nuove tecnologie sono altamente pervasive e stanno ridisegnando completamente il nostro mondo ed i nostri lavori; lo stesso mercato del lavoro è stato modificato nella sua struttura e funzionamento dall’arrivo del digitale. Acquisire nuove competenze è una necessità, una garanzia di sopravvivenza, non è semplice sete di cultura. Oggi non avere un’educazione finanziaria o non possedere competenze digitali di base equivale automaticamente a precludersi la possibilità di operare scelte strategiche per la propria vita.

Ma che cosa è il lifelong learning?

Potremmo definirlo come una scelta autonoma di studio costante destinato al raggiungimento del proprio sviluppo personale che va oltre quello previsto dai percorsi standard scolastici, universitari o aziendali. D’altronde tutti gli esseri umani hanno una spinta innata ad esplorare, imparare e crescere e molto spesso quando questa spinta viene ignorata, sacrificata o non ascoltata, gli effetti sulla qualità della vita e sull’autostima di una persona sono devastanti; perciò che si tratti di perseguire passioni, interessi personali o semplicemente pura ambizione professionale, abbracciare il lifelong learning può aiutare a raggiungere la propria realizzazione.

Non si deve guardare alla formazione continua come qualcosa di noioso, una nuova fatica, un nuovo dovere, un nuovo esame: il lifelong learning è qualcosa di molto stimolante, qualcosa che ci arricchisce, che ci allontana dalla routine delle cose che dobbiamo fare per forza, qualcosa che ci da la forza per ricordare che siamo noi a guidare ed avere le redini sulla nostra vita. La formazione continua significa semplicemente essere aperti e accogliere senza paura nuove idee e nuove prospettive.

Oggi le organizzazioni, le aziende, il mondo del lavoro in generale richiede ai lavoratori di aggiornare costantemente le proprie competenze al fine di mantenere alto il grado di competitività nei mercati e nei contesti sempre più mutevoli e imprevedibili.

Dedicare tempo alla formazione vuol dire darsi la possibilità di poter scegliere per il proprio futuro ed implica anche accettare l’idea che quanto si è già appreso non sia più valido e vada modificato: la capacità di acquisire nuove informazioni e competenze presuppone infatti l’elasticità mentale di disimparare ed eliminare le informazioni non più valide indipendentemente dal tempo e dalla fatica fatta per apprenderle.

Parlando del valore della formazione, il mio ruolo nella CNA ed il mio impegno a favore dell’empowerment femminile anche in RID, mi spingono a parlare e a dirottare una parte di questo articolo verso le tematiche del digitale. Oggi le donne si trovano a vivere una situazione molto complessa dal punto di vista sociale e lavorativo. La pandemia ha di fatto aumentato il divario esistente tra uomini e donne, inoltre ha completamente cambiato il modo in cui si lavora, accelerando l’automazione, l’intelligenza artificiale e tutto quelle tecnologie che oggi sono alla base di Industry 4.0 e che volente o nolente determineranno i lavori del futuro; le donne non sono pronte, purtroppo fortemente limitate dal retaggio culturale, non hanno avuto modo di intraprendere percorsi STEM e di sviluppare le competenze necessarie per affrontare queste nuove sfide. Le istituzioni oggi sono al lavoro per fornire possibili soluzioni alle diverse questioni che rendono difficile e poco gratificante la presenza delle donne nel mercato del lavoro, vedi la legge n.7 del 2021 a favore della parità salariale, ma non basta, è necessario operare sulle cause che in questo preciso momento storico bloccano le donne e le tengono lontane dal mondo del lavoro: il welfare e le competenze digitali.

Ma se del Welfare è la politica a farsene carico, di competenze digitali intese come upskilling e reskilling, devono essere le donne stesse ad occuparsene ( laddove il datore di lavoro, il management o l’organizzazione non se ne facciano carico ); è importante che le donne abbiano le competenze digitali necessarie per affrontare le sfide che i mercati impongono ed è altrettanto importante che abbiano la consapevolezza che gran parte dei lavori del futuro dipenderanno da queste skills e che quindi dedicarsi alla formazione continua non è un semplice suggerimento ma la chiave per poter aspirare ad occupare ruoli più importanti, posizioni decisionali e una chance per riscrivere la propria storia.

UNA REALTA’ DATA-DRIVEN

I dati guidano sempre di più il nostro lavoro e la nostra vita. Oggi le organizzazioni stanno affrontando una sfida complessa ovvero la transizione da aziende tradizionali ad aziende data-driven. La complessità di questa operazione non è data dall’impegno nell’implementare le varie soluzioni scelte come supporto, ma dalla difficoltà di guidare efficacemente il cambiamento culturale che tale operazione richiede.Avere una cultura basata sui dati significa prendere le decisioni sulla base di fatti tracciabili e misurabili; in poche parole, un’azienda che prende decisioni aziendali sulla base di fatti, piuttosto che seguendo l’ istinto, le opinioni e le emozioni, è un’azienda “data-driven”.

Il digitale ha dato vita a quella che viene definita come DIGITAL ECONOMY: un nuovo modello di economia che si basa sui dati e sulle persone. Ogni settore oggi può essere data-driven e, grazie ai dati, i processi possono essere semplificati rendendo più efficiente il modo di fare business; grazie a queste tecnologie è possibile estrarre ed elaborare dati in tempo reale dalle diverse piattaforme così da avere informazioni precise sul mondo circostante, diventa possibile quindi intercettare  le necessità dei clienti così da orientare in modo strategico la propria comunicazione e le proprie azioni di marketing. Tutte queste informazioni si rivelano fondamentali per trasformare il modo di procedere e di prendere decisioni all’interno delle organizzazioni.

I dati sono il nuovo petrolio ed hanno completamente rivoluzionato anche le strategie di marketing.

Fino a quando le tecnologie esponenziali non sono apparse nelle nostra vita, nel marketing tradizionale si studiava il mercato, si andava avanti per tentativi facendo supposizioni sui bisogni e sulle necessità dei clienti e si perdeva tanto tempo e tanto denaro.

Oggi invece anche il marketing è data-driven, gli errori sono ridotti al minimo, i dati forniscono una base solida su cui procedere: il cliente è riconosciuto in tutti i suoi bisogni e la customer experience è personalizzata al massimo.

Nonostante queste incredibili possibilità offerte dalle nuove tecnologie, la maggior parte delle organizzazioni tentenna nell’adottare una cultura aziendale ed una metodologia dove siano i dati ad indicare la strada da seguire. Per dare vita a strategie di business guidate dai dati è condizione essenziale avere chiaro che la tecnologia deve rendere il lavoro più semplice, diventa perciò importante avere il coraggio di rivoluzionare il modo in cui si lavora, il metodo con cui si collabora, la mentalità con cui si affrontano e si accettano anche gli errori. Quando si decide di intraprendere un processo di innovazione volto a trasformare un’organizzazione tradizionale in un’attività guidata dai big data, si cade spesso nell’errore di pensare che l’acquisto dell’ultima tecnologia sia più che sufficiente a guidare tutto il piano. Questa idea è fuorviante ! Mai come ora, la soluzione è racchiusa nella cultura e nel mindset di coloro che sono alla guida delle organizzazioni: il cambiamento inizia dalle persone e si conclude con l’acquisto della tecnologia abilitante. 

Essere un’azienda data-driven non è semplice ma è un percorso pieno di difficoltà e ostacoli, fatto di tentativi e di compromessi. Acquistare tecnologia ed essere in grado di estrarre dati non corrisponde ad avere automaticamente un’organizzazione più efficiente. Ogni organizzazione per riuscire in questo processo di transizione deve prima affrontare un percorso di trasformazione culturale a cui deve fare seguito l’adozione di un nuovo mindset, sia da parte della leadership sia da parte dei dipendenti; questo processo richiede che alla guida ci sia qualcuno che non abbia paura di incorporare i dati nelle decisioni, che sia in grado di avere una visione chiara della direzione in cui deve essere condotta l’azienda e che abbia anche competenze, elasticità e flessibilità nel manovrare gli imprevisti.

Per realizzare una cultura data-driven bisogna avere ben chiara la mission dell’azienda e possedere una visione sistemica del modo in cui i dati possono essere utilizzati per fornire soluzioni. La leadership deve porsi come obiettivo primario l’utilizzo dei dati a guida di tutti i processi decisionali aziendali. I dipendenti devono venir formati sul valore e sulle modalità di utilizzo dei dati; ogni dislivello qualitativo deve essere portato in pari attraverso attività di up-skilling e re-skilling così da poter garantire a tutti la possibilità di usare un linguaggio e delle metriche comuni in materia di dati. Molte organizzazioni faticano nell’adottare una metodologia data-driven perché non possiedono un’organizzazione interna atta a supportare questo tipo di procedura: i reparti sono organizzati in silos e non condividono dati, rendendo così impossibile la circolazione delle informazioni. I silos devono essere abbattuti perché inibiscono la correlazione dei dati. Lavorare sulla cultura aziendale, in questo caso, significa mettere sotto analisi protocolli e modalità di lavoro, che magari hanno funzionato adeguatamente per molto tempo ma, che oggi risultano completamente inadeguati; vuol dire anche creare una governance dei dati che sia semplice, fluida, comprensibile e che permetta un accesso ai dati da parte di ogni reparto.

I processi interni, organizzativi e strategici, dovrebbero perciò essere rivisti e rimodellati così da poter garantire una modalità standard facilmente replicabile e caratterizzata da coerenza e facilità di utilizzo. E’ fondamentale però, affinché si possa raggiungere questo obiettivo, che tutta l’organizzazione intraprenda un percorso finalizzato all’acquisizione di una cultura orientata al dato in cui i modelli operativi costruiti sulla base degli Analitycs siano di semplice lettura e comprensione.

Nel guidare un’organizzazione da tradizionale a data-driven  il focus deve restare sempre sul raggiungimento degli obiettivi di business aziendali: devono perciò essere elaborati solo i dati necessari a supportare la strategia tenendo conto però anche del grado di incertezza inevitabilmente legato al dato, ed accettando di conseguenza un percorso lavorativo costruito sulla sperimentazione e sull’accettazione dell’errore.

LdG

 

CULTURA + SWARM INTELLIGENCE: UN CONNUBIO DIROMPENTE

La trasformazione digitale è un processo complesso in cui ogni leader per riuscire è obbligato a rivedere completamente il proprio approccio alla cultura aziendale pena il mancato raggiungimento del risultato.  Considerando che innovazione e tecnologia vanno spesso in parallelo, sarebbe logico ed auspicabile che a tanto sviluppo tecnico corrispondesse altrettanto progresso culturale ed organizzativo. Ma non è quasi mai così! Quello che invece accade normalmente, nelle aziende o nelle organizzazioni impegnate nella Digital Transformation, è la semplice implementazione delle tecnologie digitali e l’apprendimento del loro utilizzo, senza che si abbia poi un effettivo impatto sulle prestazioni aziendali. La tecnologia da sola non è grado di guidare il cambiamento né di produrre innovazione, deve quindi essere affiancata da un nuovo mindset.

La Digital Transformation incentrata sulla cultura e guidata da una forma mentis orientata al miglioramento si traduce in una nuova visione aziendale, in un cambiamento profondo dei rapporti, in una rivoluzione di ruoli e competenze, in un upgrade della gestione e dell’organizzazione del lavoro ma soprattutto in un processo efficace e produttivo.

CULTURA  e SWARM INTELLIGENCE

Stiamo vivendo un periodo storico caratterizzato dalla velocità con cui avvengono i cambiamenti e l’accelerazione esponenziale impressa dalle nuove tecnologie sta modificando significativamente tutti gli equilibri. Oggi le organizzazioni, per poter sopravvivere, devono adattarsi velocemente alle evoluzioni improvvise dei mercati e per far sì che ciò avvenga è necessaria innanzitutto una trasformazione radicale della cultura e delle attività della leadership aziendale. Il top management ha il potere di avviare e supportare la trasformazione digitale all’interno dell’impresa ma per farlo è necessario sradicare il modello gerarchico novecentesco caratterizzato da una comunicazione top-down, rigida, formale e spesso incomprensibile, a favore di un’organizzazione aziendale orizzontale caratterizzata da una comunicazione fluida, veloce che accenda l’intelligenza collettiva. Ed e’ proprio l’intelligenza collettiva, presente in natura con forme di cooperazione prive di autorità centrale di coordinamento, ad offrirci una visione di quelle che potrebbero essere modalità innovative di organizzazione aziendale; nei sistemi guidati da intelligenza collettiva ogni singolo individuo offre la propria capacità cognitiva a beneficio della comunità andando a formare insieme un’intelligenza superiore: “ il tutto è più della somma delle sue parti” . La natura ci insegna anche, attraverso la SWARM INTELLIGENCE, che in un sistema  decentralizzato e auto-organizzato il comportamento collettivo può produrre soluzioni funzionali ed altamente efficaci come la flessibilità, che permette l’adattamento rapido ad un ambiente in evoluzione, o come l’affidabilità che garantisce la possibilità di successo anche quando uno o più individui falliscono. Se si guarda quindi alle aziende come a degli organismi viventi, è possibile riportare in scala quello che si vede accadere in natura: abbandonando l’idea di gestire la Digital Transformation dall’alto verso il basso, attraverso un modello di controllo estremo, è possibile abbracciare un nuovo approccio basato sulla responsabilizzazione individuale, sull’autonomia decisionale, sulla fiducia collaborativa che porti le risorse a sentirsi parte integrante del processo di trasformazione.

LEADERSHIP E RISORSE UMANE: LA CHIAVE DEL CAMBIAMENTO

Per permettere che la trasformazione digitale possa avvenire, la leadership deve coinvolgere i dipendenti nel cambiamento e accompagnarli nel processo di transizione. Le risorse interne rappresentano l’asset principale ed il surplus cognitivo dell’organizzazione e devono quindi essere a conoscenza degli obiettivi scelti dai leader, devono comprenderne le motivazioni, devono poter esprimere il proprio punto di vista, comprese le perplessità, in un ambiente che agevoli la “sicurezza psicologica”, ma soprattutto devono essere  messi nella condizione di sviscerare quella che è la reale situazione in cui si trovano ad operare poiché spesso e volentieri il top management è completamente all’oscuro delle dinamiche e delle difficoltà affrontate dal nucleo operativo. Quando i dipendenti sono messi nella condizione di innovare, di dar sfogo alla propria creatività, di seguire l’intuito, di fallire e di imparare dal proprio fallimento, l’azienda è pronta per affrontare la digital transformation con successo. Ecco perché in questa fase è fondamentale rendersi conto che la trasformazione è molto di più che un semplice cambiamento tecnologico ma consiste in un significativo mutamento nei processi organizzativi e nei modelli di business. Si tratta perciò di lavorare in un modo completamente differente e tutte le professionalità coinvolte devono adottare una mentalità divergente votata all’abbattimento dei silos informativi ed alla costruzione di nuove modalità di comunicazione interna. Ma cosa va fatto in termini pratici per avviare il cambiamento? Ovviamente si tratta di un’operazione che richiede tempo, sia per essere compresa, analizzata, discussa e serve molto tempo anche perché sedimenti e inizi a portare i suoi frutti all’interno dell’organizzazione ma il primo step per avviare il processo di Digital Transformation è rendersi conto che la mentalità “as usual” è diventa obsoleta ed è arrivato il momento di ripensare metodi e operazioni che sono state alla base del proprio modello di business. La trasformazione inizia quando pensiero critico e creatività diventano la spinta per abbandonare la tradizione, l’abitudine a fare le cose come si sono sempre fatte, quando invece di seguire procedure prestabilite ed un modus operandi cristallizzato si sceglie di sperimentare il nuovo, di rischiare, di seguire l’intuito.

“ Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore,  la nostra intuizione”  S.JOBS

Il processo di innovazione puo’ essere considerato come un viaggio in cui le strade ed i percorsi per raggiungere la meta variano al variare degli eventi, l’unico modo per non perdere la rotta consiste nell’adattarsi al cambiamento, nel coraggio di abbandonare la zona di comfort, nel diventare evangelisti di una cultura aziendale moderna professando una nuova visione che ponga l’uomo al centro di ogni processo.

LdG

UPSKILLING e RESKILLING: I PILASTRI DELLA TRASFORMAZIONE DIGITALE

La Digital Transformation non inizia e non finisce con l’acquisto delle nuove tecnologie ma implica necessariamente un’azione, da parte di aziende e organizzazioni, finalizzata a ripensare completamente il modo in cui le persone lavorano. L’ automazione, l’ A.I. e tutte le tecnologie digitali sono ormai parte integrante delle pratiche aziendali ed i dipendenti stanno affrontando già da tempo la necessità di acquisire nuove professionalità per evolversi e stare al passo con il cambiamento. In molte aziende infatti la crisi ha puntato i riflettori sul gap che realmente esiste tra quelle che sono le competenze delle persone e quelle che sono le skills assolutamente necessarie per lavorare nel mondo digitale.        

Oggi le aziende hanno bisogno di persone in grado di gestire ed affrontare le diverse fasi della trasformazione digitale e sono costrette perciò a ripensare metodologie e strumenti in funzione di una forza lavoro che deve essere stimolata ed indirizzata al fine di promuovere la produttività, la crescita ma soprattutto l’innovazione. Gli investimenti nella formazione rappresentano in questo momento la strategia più efficace per agevolare il cambiamento non solo nell’ottica di migliorare e rendere efficienti le singole aziende ma anche nel progetto di creare un ecosistema digitale basato sull’innovazione che permetta a tutto il paese di crescere e di colmare il divario con le altre nazioni. Le aziende e le organizzazioni che ottengono successi attraverso la trasformazione digitale hanno tutte un denominatore comune: investono nei loro dipendenti, attraverso operazioni di upskilling e reskilling.

UPSKILLING e RESKILLING

Upskilling e Reskilling  sono le chiavi di volta per poter affrontare la Digital Transformation e per far sì che imprese e persone sappiano sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, invece di subirle passivamente senza comprenderne il fine e  quindi senza produrre risultati.

Con il termine “upskilling” si identificano tutti quei programmi, o procedure di upgrade, che hanno come obiettivo far sviluppare al dipendente competenze nuove nello stesso campo di lavoro, in modo da poter svolgere la medesima mansione secondo modalità più’ agili ed efficaci. Con il termine “reskilling” vengono indicate tutte le operazioni volte a permettere una riqualificazione della persona e delle competenze così da poter svolgere nuovi compiti in nuovi settori aziendali.

ASSESSMENT CULTURALE E MOTIVAZIONALE

Il primo step per accelerare il cambiamento nella propria azienda consiste quindi nella riqualificazione della forza lavoro attraverso un processo di assessment culturale e motivazionale volto ad allineare cultura,strategia ed obiettivi di business; il secondo step avrà invece come driver  l’acquisizione delle competenze digitali finalizzate al controllo ed alla gestione dei continui cambiamenti legati alle tecnologie esponenziali. Se si vuole veramente affrontare e vincere la sfida della Digital Transformation è fondamentale comprendere che la trasformazione principale deve essere quella delle persone, a partire dal leadership team fino ad arrivare ai dipendenti; visione, identità, transizione devono essere i temi su cui lavorare e su cui allineare tutta l’organizzazione. Trasformazione ed innovazione non avvengono mai solo attraverso l’acquisto di soluzioni tecnologiche all’avanguardia ma investendo tempo e denaro nella riqualificazione dei talenti e favorendo processi di formazione continua. La capacità di apprendere costantemente è la principale skill in un mondo caratterizzato dalla velocità; la tecnologia oggi diventa obsoleta ad un ritmo molto rapido, saper rimanere al passo con i cambiamenti, gli aggiornamenti e le novità,  è una qualità che può davvero fare la differenza. La trasformazione digitale impone quindi a tutte le aziende di cambiare prospettiva, di focalizzare l’attenzione sulla formazione delle persone per poter ottenere risultati tangibili. In una realtà in costante evoluzione il punto fermo deve quindi essere il “fattore umano”,  unico elemento in grado di garantire sempre il giusto equilibrio e di guidare tutta l’organizzazione al raggiungimento di benessere e prestazioni di business ottimali.

MOSTRA L’ASSO NELLA MANICA!

Parlando di Personal Branding spesso ci si trova ad affrontare il discorso sull’importanza e sul peso specifico delle competenze.

“La competenza è essenzialmente ciò che una persona dimostra di saper fare in modo efficace, in relazione ad un determinato obiettivo, compito o attività in un determinato ambito disciplinare o professionale.Il risultato dimostrabile ed osservabile di questo comportamento competente è la performance” R.Drago

Senza avere la presunzione di catalogare tutte le competenze o addentrarmi nei vari modelli di classificazione penso che sia interessante focalizzare l’attenzione su un particolare tipo di facoltà che risultano efficaci in ambito sia professionale che personale: le COMPETENZE TRASVERSALI ovvero le SOFT SKILLS.

Si tratta di “assi nella manica” ovvero di qualità, abilità e conoscenze che non sono espressamente richieste per lo svolgimento di un lavoro ma che spesso e volentieri ne determinano la riuscita ed il successo.

Le competenze trasversali, spesso relegate in secondo piano, sono il bagaglio che ci portiamo dietro e sono il frutto delle nostre esperienze precedenti che includono sia il contesto lavorativo sia la vita personale.

Quando si studia una strategia di Personal Branding si tende a lavorare sui tratti di unicità e peculiarità che compongono un profilo professionale ed è proprio nella definizione di queste caratteristiche che riconoscere e valorizzare le proprie soft skills diventa un’operazione fondamentale.

Il contesto lavorativo in cui ci troviamo oggi ad operare prevede PERCORSI DI CARRIERA NON LINEARI ma fortemente frammentati in cui le esperienze di lavoro sono brevi ed i passaggi da un’azienda ad un’altra molto frequenti. Oggi più che mai è necessario essere in grado di rispondere adeguatamente ad un mercato che richiede competenze tecniche e di settore accompagnate da competenze trasversali efficaci ed impattanti.

A parità di expertise tecnica, quello che fa veramente la differenza tra un professionista ed un altro, nel raggiungimento degli obiettivi, sono le caratteristiche personali espresse attraverso le soft skills.

QUALI SONO LE SOFT SKILLS?

Non esiste un elenco globalmente condiviso ed accettato, esistono pero’ 4 macro aree caratterizzate da specifiche competenze.

  • le competenze personali: comprendono la capacità di autoanalisi e di conoscenza dei propri punti di forza e di debolezza; l’abilità nella gestione delle proprie emozioni finalizzata al mantenimento dell’equilibrio in situazioni di stress; l’orientamento al risultato e la proattività.
  • le competenze cognitive: comprendono la capacità di problem solving; l’abilità nel fare fronte alle emergenze con strategie creative; l’attitudine all’analisi ed alla sintesi, asset fondamentali nella nostra realtà in cui di fronte a miglia di informazioni dobbiamo essere in grado di analizzare rapidamente i dati e sintetizzarli in modo funzionale.
  • le competenze relazionali: comprendono la capacità di ascoltare e di relazionarsi con le altre persone; l’abilità di entrare in empatia con gli altri individui; la padronanza nella comunicazione sia scritta che verbale e non meno importante la capacità persuasiva.
  • le competenze organizzative: comprendono l’abilità di pianificare qualsiasi tipo di attività; la capacità di gestire il tempo ( time management ); l’adattabilità; l’attitudine al prendere le decisioni ed il rispetto delle scadenze.

Pensare di mettere in campo una strategia di Personal Branding senza puntare a metter in luce queste caratteristiche, vuol dire dar vita ad una serie di azioni tattiche che non porteranno da nessuna parte; mi sento allora di suggerire di dedicare un po’ del proprio tempo a valutare quello che è il mix personale di qualità e conoscenze, ovvero ciò che ci rende unici e completamente differenti dagli altri, in modo da avere perfettamente chiaro in mente quello che possiamo offrire al nostro cliente.

 

LdG

METTITI NEI MIEI PANNI!

Quando decido di scrivere non è mai un’operazione semplice.

La consapevolezza di non sapere abbastanza è sia motivazione per studiare, sia ansia di non riuscire a condensare il tutto sotto forma di un post piacevole e fluido.

Sono giorni e giorni che rifletto sul rapporto sottile che lega l’empatia al personal branding e sulla necessità di acquisire questa soft skill cosi’ importante nella gestione della comunicazione tra persone.

 La più alta espressione dell’empatia sta nell’accettare e nel non giudicare”.  Carl Rogers

L’empatia è un abilità sociale fondamentale ed è alla base di una comunicazione interpersonale efficace, sia in ambito privato che lavorativo.

Ascoltare attivamente l’altra persona, uscire dai propri schemi mentali per indossare i panni del proprio interlocutore è una capacità importantissima.

Essere abili nel comprendere il vissuto di un’altra persona, ci permette di intuire facilmente le sue necessità e di fornire una risposta adeguata per i suoi bisogni.

Per quanto riguarda il Personal Branding, creare una connessione con il nostro potenziale cliente, percependo le sue richieste e le motivazioni celate dietro tali richieste, ci fornisce la possibilità di calibrare meglio la nostra offerta e decidere consapevolmente e strategicamente quali dei nostri punti di forza e competenze mettere in campo per risolvere il suo problema o la sua necessità.

L’empatia diventa, a tutti gli effetti, un modello strategico di comunicazione attraverso il quale decodificare stati d’animo e necessità, il piu’ delle volte nascoste dal cliente, al fine di instaurare una comunicazione efficace e proficua per entrambi.

Ascoltare con empatia presuppone sia cogliere il contenuto semantico di ogni frase che decodificarne la metacomunicazione, al fine di avere una comprensione a 360° di cio’ che il nostro interlocutore vuole comunicare.

L’empatia puo’ essere considerata quindi un processo cognitivo e come tale puo’ essere studiata, allenata, praticata in modo da poter essere gestita a seconda delle necessità.

Ecco quindi un paio di suggerimenti su cui focalizzare l’attenzione per allenarsi ad essere empatici:

  1. Ogni volta che ti trovi ad affrontare una conversazione prova ad andare in profondità superando le frasi formali ed i convenevoli. Fai domande ed ascolta le risposte senza interrompere.
  2. Quando parli con qualcuno prova a concentrare l’attenzione sulle sue espressioni, sullo stato d’animo che trapela dal suo sguardo e sulla postura del corpo.
  3. Ascolta senza avere fretta di fornire soluzioni ed evita di minimizzare le situazioni di dolore altrui, mantieni il contatto visivo e fai attenzione che il tuo linguaggio del corpo comunichi apertura.
  4. Prova ad immedesimarti nel racconto dell’altra persona, a viverlo come se tu ne fossi il protagonista, focalizza l’attenzione sui sentimenti e gli stati d’animo che potresti provare in quella precisa situazione.
  5. Combatti i pregiudizi e le opinioni irrazionali verso le persone che non conosci, ascolta gente appartenente a culture diverse, abbraccia la curiosità nei confronti degli altri.

GUARDA IN CAMERA E DIMMI CHI SEI!

 

Quando si sente parlare di personal branding il mantra è questo: distinguiti, sii diverso, sii unico!

Parole verissime che aiutano a focalizzare l’attenzione su noi stessi e che ci spingono ad indagare in profondità per capire, e a volte scoprire, chi siamo veramente.

Una volta che lo abbiamo capito pero’ dobbiamo trovare anche il modo di comunicarlo agli altri, al nostro pubblico.

La giusta comunicazione è la chiave di tutte le relazioni forti e produttive, in modo particolare le relazioni professionali.

Il modo in cui scegliamo di comunicare è importante quanto ciò che comunichiamo.

Volete attirare l’attenzione e rimanere bene impressi nella mente della vostra audience?

Imparate a comunicare con i video per raccontare il vostro Brand Personale.

Il saper fare, l’immagine e la reputazione costituiscono il tuo marchio personale; ognuna di queste cose deve essere adeguatamente comunicata e veicolata al tuo target.

Scegliere di usare i video per la propria strategia di personal branding puo’ essere una mossa vincente.

Si dice che un’immagine valga piu’di mille parole, la scienza ci conferma il perché:

  il 90% delle informazioni trasmesse al cervello è di tipo visivo.

  • le immagini sono altamente stimolanti: studi effettuati confermano che il 50% del cervello è coinvolto nell’elaborazione visiva.
  • le immagini sono immediate: infatti il cervello è in grado di processare  un contenuto visuale 60.000 volte piu’ velocemente rispetto ad un contenuto scritto.
  • le immagini facilitano la memorizzazione: i contenuti visivi promuovono la memorizzazione specialmente laddove il contenuto è legato ad un’emozione.

Per creare dei video ingaggianti e professionali che raggiungano il proprio target e raccontino la nostra storia, è importante fare attenzione ad alcune cose.

Ecco alcuni suggerimenti, teorici e pratici, per usare al meglio il video:

  1. Quale è il tuo obiettivo? E’ importante avere chiaro il risultato che si vuole raggiungere, di conseguenza il messaggio che si lancia deve essere strategico e contenere una specifica call to action.
  2. Quale è il tuo “perchè” ? Per ispirare gli altri e per farci scegliere non basta spiegare quello che sappiamo fare , bisogna rendere chiaro anche il motivo per cui lo facciamo.
  3. Quando si produce un video autonomamente è fondamentale prestare attenzione ad alcuni dettagli relativi agli strumenti da usare in fase di registrazione:

      – utilizzare un microfono professionale a pinzetta collegabile al telefonino

       ( es. RODE  Microphones )

      – posizionare il telefonino su uno stabilizzatore per evitare vibrazioni ( es. DJI OSMO MOBILE 3 COMBO )

      – utilizzare un’illuminazione omogenea, tipo LED, in modo da evitare le ombre sul viso.

All’inizio è sicuramente più economico gestire la produzione dei propri video in autonomia, se volete però ottenere dei risultati qualitativamente migliori e confermare il livello elevato del vostro brand  è necessario servirsi del lavoro di professionisti.

 

video courtesy of  www.studiorizzontegallery.com

CONDIVIDO IN VELOCITA’

Ho sempre avuto una passione sfrenata per la velocità ed ho sempre pensato che per andare da A a B la via migliore fosse quella piu’ rapida.

Oggi mi occupo di comunicazione e  personal branding e penso che la velocità e la scelta della strada piu’ breve, siano un’ottima strategia per chiunque voglia distribuire contenuti rilevanti e di valore.

Viviamo in una realtà che ha fatto del tempo il suo bene più prezioso ma anche il più difficile da gestire.

Bombardati di informazioni, inseguiti da anatemi digitali, fake news e consigli  miracolosi, siamo ormai obbligati ad usare il contagocce per diversificare la nostra attenzione e di conseguenza il nostro tempo.

Io credo, quindi, che la gestione del tempo e dei contenuti sia la prima regola per fare del personal branding efficace.

“Dire molte parole e comunicare pochi pensieri è dovunque segno infallibile di mediocrità; invece segno di testa eccellente è il saper rinchiudere molti pensieri in poche parole” – Arthur Schopenhauer

Nel momento in cui si investe sul proprio brand personale è fondamentale considerare che le persone hanno a disposizione un tempo ridotto per conoscerci, per capire cosa facciamo e quali problemi risolviamo.

Cerchiamo perciò di usare parole semplici per trasmettere idee GRANDI e frasi brevi per raggiungere il nostro pubblico.

Penso sia importante comprendere ed accettare, che per ricevere qualcosa dagli altri, si deve essere prima disposti a donare qualcosa di sé.

Coltivare il proprio personal brand vuol dire essere generosi e mettere a servizio della comunità quello che si sa fare meglio. Aiutando gli altri rafforziamo la nostra reputazione. Donando il nostro know-how costruiamo la nostra professionalità.

Nel personal branding il modo migliore per differenziarsi è riscoprire il valore della condivisione del sapere ed oggi, in un contesto che ci vuole distanziati ed in cui la nostra umanità passa solo attraverso un display, mettere in comune la nostra esperienza, il nostro vissuto, ci permette anche di superare le barriere che questo virus ci ha violentemente imposto.

NEL SEGNO DELLA COMUNICAZIONE

Il successo personale, sia nella vita privata che in quella lavorativa dipende in larga misura dalla nostra capacità di comunicare chiaramente chi siamo, cosa desideriamo ed in cosa crediamo.

Quando comunichiamo noi trasmettiamo molto di piu’ di quello che stiamo dicendo con le  parole: sguardi, gesti, postura e silenzi possono rivelare emozioni ed intenzioni, andando ad influenzare l’efficacia del nostro messaggio.

Il lavoro di costruzione, posizionamento e mantenimento del proprio Brand personale si basa in larga misura sulla capacità di comunicare efficacemente chi siamo e cosa sappiamo fare.

Comunicare in modo errato puo’ precluderci la strada alla realizzazione professionale ed anche a quella personale.

SAPERE COMUNICARE E’ UN POTERE

Paul Watzlawick è stato uno dei piu’ grandi esperti di comunicazione e con il Mental Research Institute di Palo Alto ha dato vita al libro culto della comunicazione: Pragmatica della comunicazione umana (1967)

Watzlawick ha detto che “non si puo’ non comunicare” perciò noi comunichiamo giornalmente, con qualsiasi persona, consapevolmente o non, al fine di stabilire relazioni, ottenere risultati, descrivere situazioni. Noi provochiamo trasformazioni nella nostra realtà attraverso l’esperienza comunicativa, sia nella forma verbale che in quella non verbale.

La comunicazione è un processo dinamico e circolare ed ha il potere di creare e modificare la realtà di conseguenza merita un’attenta analisi.

I 5 ASSIOMI DELLA COMUNICAZIONE UMANA

  1. E’ IMPOSSIBILE NON COMUNICARE.  Qualsiasi interazione tra persone è una forma di comunicazione. Qualunque sia l’atteggiamento assunto da un individuo esso veicola un significato per gli altri: è un messaggio. La comunicazione puo’ essere quindi anche inconscia ed involontaria.Il silenzio stesso insieme all’indifferenza veicola un messaggio e racchiude un significato.
  1. ESISTONO DUE LIVELLI COMUNICATIVI: CONTENUTO E RELAZIONE  Ogni comunicazione prevede l’esistenza di due livelli. Il primo livello è quello del contenuto e identifica “cosa” stai comunicando. Il secondo livello è quello della relazione e definisce la natura della “relazione”  che intercorre tra chi comunica e chi riceve la comunicazione. La comunicazione prevede quindi l’esistenza di un aspetto definibile come metacomunicazione.
  1. IL FLUSSO COMUNICATIVO VIENE ESPRESSO SECONDO LA PUNTEGGIATURA DEGLI EVENTI. La comunicazione altro non è che un flusso, una sequenza di scambi espressi secondo i differenti punti di vista ( la punteggiatura ) di chi comunica. La punteggiatura varia anche a seconda di chi detiene il potere nella relazione che spesso e volentieri guida la comunicazione imponendo la propria punteggiatura. La comunicazione prevede perciò l’esistenza di diverse versioni della realtà che mutano costantemente durante l’interazione tra individui.
  2. LA COMUNICAZIONE VERBALE( digitale ) e LA COMUNICAZIONE NON -VERBALE (analogica).    .La comunicazione può avvenire attraverso l’uso di un codice verbale o non-verbale. Il canale di trasmissione è quello uditivo per il codice verbale e visivo per il codice non-verbale. La comunicazione verbale avviene attraverso il linguaggio, ovvero un codice stabilito per convenzione ed è la piu’ efficace per esprimere concetti astratti, complessi e strutturati.La comunicazione non-verbale avviene attraverso tutti quei codici che non utilizzano la parola: le espressioni corporee, i segnali paralinguistici, la prossemica. La comunicazione analogica è sicuramente il linguaggio piu’ antico dell’uomo ed è efficace per comunicare emozioni e stati d’animo.                                                                                                     
  3. LE INTERAZIONI COMPLEMENTARI E SIMMETRICHE  Nella comunicazione le relazioni si suddividono in relazioni basate sull’uguaglianza oppure sulla differenza. Le relazioni basate sull’uguaglianza prendono il nome di simmetriche e nelle interazioni i partecipanti tendono ad avere comportamenti simili (es.dirigente-dirigente ).Le relazioni basate sulla differenza prendono il nome di complementari e prevedono l’assunzione di ruoli diversi da parte dei due partecipanti; si avrà perciò una posizione definita ONE-UP, superiore, e una posizione definita ONE-DOWN, inferiore, ( medico-paziente ).

RIFLESSIONI

La comunicazione è un campo vastissimo ed affascinante. Svolgere un approfondito lavoro di introspezione su se stessi, lavorare per mettere in luce le proprie capacità, sono azioni importanti nel personal branding ma conoscere le regole della comunicazione e saperle utilizzare a proprio beneficio rimane il lavoro piu’ importante che ogni professionista deve mettere in atto ancora prima di pensare a qualsiasi strategia.